mercoledì 9 novembre 2016

Dani #3 Le stelle di Srebrenica


A Natale regala un’emozione

Ogni Natale ritorna lo stress dei regali; cosa regalo a mia madre, alla zia che non è mai contenta, all’amica che ha già tutto, al fidanzato con cui, ormai, ho esaurito le idee.

Non che io abbia la soluzione ai vostri problemi, che poi sono anche i miei, ma voglio solo darvi uno spunto. Il suggerimento è quello, in generale, di regalare libri. Perché? Perché i libri non passano con le mode, non danno problemi di abbinamento, possono essere usati ovunque anche più volte al giorno e, dulcis in fundo, fanno bene al cuore e alla mente.

Nello specifico, invece, quello che vi propongo è un brano del mio romanzo Le stelle di Srebrenica: una delle lettere che Gustavo, soldato italiano che combatte sul fronte balcanico durante la Seconda Guerra Mondiale, scrive alla sua amata Paolina.

Se il brano vi ha incuriosito e avete voglia di proseguire la lettura, e magari farne dono a Natale, agli altri o a voi stessi, potete acquistarlo sul sito dell’editore e sui principali siti di libri online (basterà digitare nei motori di ricerca su internet il titolo dell’opera e/o il mio nome e cognome: Le stelle di Srebrenica – Daniela Quadri):







Buona lettura!



Le stelle di Srebrenica


Ti scrivevo Paolina con la speranza che tu riuscissi a leggere le mie lettere. Ma era solo una speranza; sapevo che ben poche ti sarebbero arrivate e quelle poche storpiate irrimediabilmente dalla censura. Chissà se le hai mai lette immaginando di essermi vicina, anche solo per un momento.

Quanto mi sei mancata amore mio! Quanto ti ho desiderata. Così tanto e così forte, da provare il desiderio di farmi del male per far tacere quell’istinto di possesso che mi toglieva il sonno e l’appetito.

Ci ho provato credimi. In tutti i modi. Mi sono fatto prendere dal gioco degli scacchi. Ci ho passato ore ed ore, notti intere concentrandomi su pedoni, torri e alfieri per dimenticare il tuo volto, il tuo corpo. Mi sono dedicato alla lettura, leggendo tutto quello che mi capitava tra le mani.

Anche il libro di orazioni di Don Attilio. E abbiamo trascorso giorni a parlare di anima, di peccato e di morte.
Senza però trovare una soluzione. Non io almeno. Più cercavo di placare la mia voglia di te e più questa cresceva. È il demonio che ti sta tentando, mi diceva Don Attilio. Tu non abbassare mai la guardia, come Nostro Signore nel deserto.
Ma io non sono dio. Sono un uomo fatto di carne. E la carne conosce tutti gli appetiti.

Cosa avrei dato per poterti avere ancora una volta.
Per sentirti fremere mentre i nostri corpi si univano. Amore, questo non te l’ho mai scritto. E come avrei potuto? Ti avrei fatto solo arrossire di vergogna nella migliore delle ipotesi o soffrire inutilmente per un destino che ci ha divisi troppo presto.

Chissà se un giorno potrò rivederti? Toccarti, baciarti fino a toglierti il respiro. Chissà se un giorno potrò farmi perdonare Paolina. Sì perdonare. Non cerco giustificazioni. Non cerco comprensione. Gli uomini e le donne sono diversi. E ancora di più in amore. Se una donna tradisce è perché non si sente amata abbastanza. Perché non trova più la comprensione, le attenzioni e la complicità di cui ha bisogno per sentirsi amata. Quando un uomo tradisce è per un bisogno fisico, per divertimento, per capriccio, per un colpo di testa. Quasi mai per amore.

No Paolina, non riusciresti a capire. Ti farei solo del male, che non meriti. Ucciderei quell’amore che porti in grembo come un bimbo ancora troppo piccolo e inerme per affrontare il mondo. Ed io non voglio che il nostro amore muoia dentro di te.

Voglio che viva nei tuoi occhi sorridenti, sulle tue labbra morbide. Ma le labbra che ho baciato, i seni che ho accarezzato non erano i tuoi. Lei era lì, dove tu non c’eri. Lei mi ha offerto quello che io agognavo fino allo spasimo e che tu non potevi darmi.

Nessuno ha colpa Paolina. Lei voleva solo offrirmi il suo corpo. Era tutto quello che aveva. Ed io l’ho preso.


lunedì 7 novembre 2016

Recensioni & Co #1: Il laboratorio più folle del pianeta



Oggi inauguro una nuova sezione del mio blog: Recensioni & Co.. 
Lo faccio con un'intervista a una persona molto speciale, ma lo capirete leggendo il post :-)

Il Laboratorio più folle del pianeta 


 Chiedere a un qualsiasi rappresentante di quel popolo di santi, poeti e navigatori che sono gli Italiani, se ama scrivere, o se ha un romanzo pronto per la stampa nel cassetto, è inutile e superfluo.

Certo che sì!

Ma domandare se avete mai pensato a come la scrittura può aiutarvi a capire meglio voi stessi, e a darvi un approccio diverso alla vita in generale, non solo è lecito, ma è fondamentale.

Lo dico perché io stessa sono un’allieva del Laboratorio più folle del pianeta da due anni. Quindi non solo convinta di questo percorso che ho intrapreso sotto la guida della scrittrice e poetessa milanese, ma monzese di adozione, Stefania Convalle, ma pure recidiva.

Si tratta di un laboratorio molto particolare: speciale e informale, come lo sono, del resto, anche maestra e allievi.

Tanto per darvi un’idea: il laboratorio si tiene nel salotto di Stefania e ogni lezione è accompagnata da merende e stuzzichini vari che creano un’atmosfera conviviale e rilassata. Quello che serve per lasciarsi andare e cogliere certi aspetti di sé che, altrimenti, siamo portati a tenere nascosti. A noi e agli altri.

Ecco questo è un po’ il succo del laboratorio: “spremere” il meglio da ciascun allievo.

Ma lascio la parola a Stefania Convalle, ideatrice e guida del laboratorio, per una breve intervista:


7  DOMANDE A STEFANIA CONVALLE

Buongiorno Stefania e grazie per avere accettato questa breve intervista per il mio blog Le cose di Dani. Se fossi dispettosa come te che sottoponi i tuoi allievi a terribili esperimenti, ti costringerei a puntare il contaminuti dicendoti che hai solo due minuti per rispondere ad ogni domanda, ma invece ti va di lusso! Solo sette domande a cui potrai rispondere in tutta tranquillità, quindi partiamo subito con la prima:

D.  Come ti è venuta l’idea di un laboratorio di scrittura proprio nel salotto di casa tua? Di solito i corsi di scrittura si tengono nelle librerie, nelle biblioteche, insomma in luoghi pubblici. Converrai che la location è un po’ curiosa, no?

R.  La risposta è semplice: sono una voce fuori dal coro; naturalmente non so se questo sia meglio o peggio per chi decide di partecipare ai miei laboratori di scrittura creativa, ma a giudicare dal grado di coinvolgimento  degli allievi, direi che la strada è quella giusta.

D. Curiosa la location, curioso l’approccio all’argomento scrittura. Non cercare di negarlo perché ne ho le prove, dal momento che sono anch’io una tua allieva, e quindi parlaci un po’ del metodo di Stefania Convalle. Da cosa si differenzia dai “normali” corsi di scrittura creativa il tuo laboratorio?

R. Credo che la differenza fondamentale sia la motivazione e l’intenzione della mia proposta. Non c’è business, ma amore vero, sia per la scrittura, sia per le persone che decidono di seguire il percorso che propongo, perché di questo si tratta: un viaggio tra le parole e le emozioni.

D. Quali sono gli obiettivi del tuo laboratorio? O meglio, cosa ti aspetti che i tuoi allievi siano in grado di fare al termine del tuo corso? E non mi riferisco solo all’aspetto creativo, ma anche a quello più personale, possiamo dire introspettivo?

R. In questo cammino cerco di condurli verso una consapevolezza delle loro capacità, diverse per ognuno, come differenti sono gli obbiettivi. Chi frequenta i miei laboratori non necessariamente vuole diventare uno scrittore, ma vuole “usare” la scrittura per capire meglio se stesso e, perché no, anche gli altri e il mondo che ci circonda, sviluppando uno sguardo più attento a cogliere i particolari e stati d’animo.

D. Per dare un tono intellettuale alla nostra intervista ti propongo un paio di frasi celebri sulla scrittura. Cosa ne pensi?

“Lo scrittore è essenzialmente un uomo che non si rassegna alla solitudine” (François Mauriac)

“I bei libri si distinguono perché sono più veri di quanto sarebbero se fossero storie vere” (Ernest Hemingway)

R. Ti rispondo con una citazione:

- La scrittura è l’ignoto. Prima di scrivere non si sa niente di ciò che si sta per scrivere e in piena lucidità. (Marguerite Duras)

- Sono convinta che la scrittura non serva per farsi vedere, ma per vedere. (Susanna Tamaro)

A parte lo scambio di citazioni,  e commentando quelle che mi ha proposto, la scrittura è mistero e ognuno trova in essa salvezza o perdizione; la scrittura è un innamorato complicato che bisogna capire, domare a volte, ma soprattutto… amare.

D. Per tornare a noi invece, cosa sta dando a te questo laboratorio e cosa ti stanno dando i tuoi allievi?

R. Io sono profondamente innamorata di ogni mio allievo. E viene fuori tutto il mio istinto materno e di protezione, ma anche di sostegno e spinta per far volare ognuno di loro, dovunque vogliano arrivare. La loro soddisfazione è la mia soddisfazione; i loro risultati sono i miei risultati; i loro successi, pubblici o privati, fuori o dentro di sé, sono i miei successi.  Uno scambio emotivo che va oltre il trasmettere quella che è la mia esperienza accumulata in questi anni. Questi laboratori, per me, sono una spinta molto forte a continuare  ad allargare il cerchio, ampliando il raggio e spostandomi  in una sorta di laboratorio itinerante per poter coinvolgere sempre più persone.

D. Hai mai pensato di mettere nero su bianco le tue idee sulla scrittura? In altre parole, hai preso in considerazione la possibilità di pubblicare un manuale sull’arte della scrittura? Perché sì, o perché no.

R. Un manuale? Sì, ci ho pensato. Chissà, può darsi che decida di farlo, anche se credo che la forza dei miei laboratori e del mio metodo sia senza ombra di dubbio il rapporto umano, la magia che si compie ogni volta che ci s’incontra e tra un dolcetto, un caffè o un bicchiere di vino, due risate e pacche sulle spalle, ci si ascolta mentre si leggono i propri pezzi. Forse la chiave è proprio qui: questo laboratorio insegna ad ascoltare e, soprattutto… ad ascoltarsi.
Un manuale, dunque… Non so.

Non dimentichiamoci che prima di essere una “maestra”, come mi chiamano affettuosamente i miei allievi, sono una scrittrice che vuole scrivere scrivere scrivere,; è la mia vita e ho lavorato duramente per questo, e continuo a farlo ogni giorno. La scrittura non s’improvvisa, il talento è indispensabile,  ma il lavoro è fondamentale. A breve uscirà un nuovo romanzo, la mia sesta pubblicazione (dopo romanzi, poesie e racconti), credo rappresenti un’evoluzione della mia scrittura e del mio personale cammino  che procede a passo costante e deciso; e allacciandomi al titolo del romanzo che sarà “Dipende da dove vuoi andare”,  mi piace affermare di sapere bene dove  io  voglia andare,  la strada si fa sempre più chiara ogni giorno, ogni volta che mi siedo davanti al computer per scrivere i miei romanzi, dove le donne sono sempre le protagoniste, eroine dei giorni nostri, o forse di tutti i tempi. Quindi credo che il manuale dovrà aspettare…

D.  Benissimo, adesso fai un bel respiro profondo cara maestra, che l’ultima domanda è facile, facile. Cosa deve fare chi è interessato a partecipare al tuo laboratorio?

R. Molto semplice! è sufficiente mettersi in contatto con me attraverso Facebook (Pagina Dentro l’amore o il mio profilo, oppure scrivendo direttamente a steficonvalle@gmail.com)

Grazie a Stefania Convalle e a presto con le sue nuove e folli idee per gli amanti della scrittura!


Grazie a te, Daniela, per l’ospitalità!










venerdì 4 novembre 2016

Dani #2 100 parole: Vent'anni nel cuore

Oggi voglio proporvi un breve pezzo, cento parole o poco più, con cui avevo partecipato al contest sul web per i 20 anni del magazine Io Donna.

Il pezzo, intitolato Vent'anni nel cuore, aveva riscosso un buon successo e spero piacerà anche a voi.

Buona lettura e, mi raccomando, cerchiamo di restare tutti ventenni nel cuore!



VENT’ANNI NEL CUORE

         
Il profumo del gelsomino mi avvolge, dolcissimo come i tuoi abbracci che sanno di borotalco, mentre sbircio il tuo profilo.

I capelli bianchi e radi sulle tempie. Il naso un po’ adunco, quasi a proteggere le parole, poche e timorose, che fanno capolino sulla tua bocca bella e carnosa. Gli occhi acquosi hanno la stessa luce, nonostante le rughe con cui il tempo ha cercato di spegnerla.

Oggi a pranzo ti osservavo; bocconi piccoli e misurati, quando un tempo avresti divorato tutto.

Come quando a vent’anni non eravamo mai sazi delle nostre labbra, della pelle che diventava velluto tra le dita, e dei nostri gemiti.

Mentre mangiavi, un sorriso disegnava sulle tue labbra il ricordo di una felicità, ingrigita, ma non sconfitta. Quel sorriso che ho visto nei tuoi occhi, quando mi hai detto che il celeste mi dona ancora.

Il profumo del gelsomino è una musica che mi inebria.

I miei passi sono incerti, ma tu sei qui con me e dentro il cuore abbiamo sempre vent’anni.






giovedì 3 novembre 2016

SOS TERREMOTO – UN AIUTO CONCRETO


Pagina # 3

Ho ricevuto in questi giorni un messaggio su WhatsApp con un’ottima idea per dare un aiuto concreto alle popolazioni terremotate del Centro Italia.

Niente di nuovo, un’iniziativa simile si era già vista in occasione di un altro sisma: quello del 2012 che aveva colpito l’Emilia-Romagna, mettendo in ginocchio l’economia locale. E in quel periodo molte catene di supermercati avevano messo in vendita, a prezzi scontati, le forme di parmigiano che erano state danneggiate durante il sisma.

Al di là del discorso della Grande Distribuzione, c’è qualcosa di concreto che tutti noi, nel nostro piccolo, possiamo concretamente fare come consumatori: acquistare i prodotti tipici dei paesi distrutti dal terremoto.

Ce ne sono talmente tanti, e tutti di ottima qualità garantita dai marchi DOP e IGP, che c’è solo l’imbarazzo della scelta!

Ne voglio solo ricordare alcuni e chiedo scusa per quelli che non citerò:

                                               


le lenticchie di Castelluccio di Norcia (PG)






                                  il ciauscolo (salsicciotto) di Visso (AP)






il Varnelli (liquore all’anice) dell’omonima distilleria di Muccia (MC)

       







la Vernaccia (vino rosso spumante) di Serrapetrona (MC)








                       i salumi (prosciutto e salami) e i formaggi (caciotte, ricotta salata, pecorino) di Norcia



 





                          i salumi (coppe di testa, lonze e capocolli) , i formaggi e il miele dei Monti Sibillini
 




                                                                      il tartufo nero di Norcia



Le feste di Natale bussano alla porta e, come ogni anno, staremo pensando ai regali per amici, parenti, per la nostra famiglia.
Togliamoci dall’imbarazzo dei doni e regaliamo questi e molti altri prodotti.

Dove possiamo acquistarli? Spero, presto, nei grandi supermercati, ma, in ogni caso, basta fare qualche ricerca su internet e contattare le piccole aziende, spesso familiari, del posto per sapere come e cosa fare per acquistare direttamente i loro prodotti.

Vogliamo dare un aiuto concreto senza fare beneficenza, senza il dubbio di dove andranno a finire i nostri soldi?

Questo mi sembra un modo pratico e sicuro di aiutare chi vuole tornare a vivere e lavorare per ricostruire il proprio futuro.
Grazie a tutti!


mercoledì 2 novembre 2016

Dani #1 Racconto: Il runner


L’arte di correre

Non me ne voglia il Sig. Murakami se prendo in prestito il titolo di un suo romanzo – se proprio dovesse prenderla male, potrei fargli avere la traduzione in giapponese del mio racconto, o forse è meglio di no? – ma il fatto è che sintetizza perfettamente l’idea da cui è nato il mio racconto  Il runner.

Correre  è un atto di coraggio, perché ci vuole coraggio per restare soli con se stessi e i propri pensieri. E ci vuole ancora più coraggio per imporsi degli obiettivi, fisici e mentali, e raggiungerli e superarli ogni volta, proprio mentre lo sfinimento è lì che aspetta dietro la prossima curva, salita o discesa.

Ci vuole coraggio, come ce ne vuole in tutti quegli sport in cui ci si trova a combattere contro se stessi, e io provo ammirazione per chi ne ha e, soprattutto, lo trova al di là di tutto e di tutti. Delle circostanze della vita e delle condizioni atmosferiche.

Il vero runner non conosce dolore, pioggia, malessere o calura.

Il vero runner corre perché è la sua natura; è il suo corpo e la sua mente a chiederglielo e lui non può farne a meno. Ha imparato a non ascoltare i muscoli che gridano, il cervello che urla “Basta!”, la sete, la fatica. Ha imparato a controllare, a programmare, a gestire la sua vita in base alla sua necessità di correre.

Perché correre è un atto d’amore; verso se stessi e verso la vita.

E io, che a correre ci ho provato, ma poi ho lasciato perdere perché,  se non sei runner dentro, non te lo puoi inventare, ho voluto dedicare un racconto breve a chi runner lo è davvero (in particolare avevo in mente quello che, quando non corre, dice di essere il mio fidanzato J). 

Senza dimenticare quella giusta dose di ironia che accompagna, suo malgrado, la vita di un runner!

Buona lettura e, mi raccomando, non correte subito alla fine!



Il runner

Apro gli occhi che i primi raggi di sole filtrano dalle tapparelle che ho lasciato semi abbassate. Non c’è neanche bisogno della sveglia. So per certo che sono le 6.30, o almeno così dicono i rintocchi delle campane della chiesa qui di fronte. Butto letteralmente le gambe giù dal letto e m’infilo in bagno per un veloce risveglio.

Loro sono già lì che mi aspettano: una coppia perfetta, non solo eccezionalmente belle, ma selezionate appositamente  per delle performance ottimali. Silenziose e al tempo stesso energiche e scattanti, piene di vita e di colore. È così che mi sono sempre piaciute e, lo ammetto, non so farne a meno.

Potrei rinunciare a molte cose che fanno parte della mia vita, ma mai a loro. Il piacere che provo quando le accarezzo, e mi lascio avvolgere dalla loro morbida flessuosità, mi stupisce ogni volta. Come scoprire una donna nuova, con la certezza che è quella giusta, quella che non ti deluderà mai.

Sono pronto, pantaloncini e maglietta in tessuto tecnico, me le infilo ai piedi ed esco di casa. Un’ultima occhiata al cellulare per l’aggiornamento meteo; sono previste nubi sparse con possibili addensamenti, ma niente di che. Parcheggio l’auto nel solito posto e mi dirigo verso l’entrata del Parco.

Le gambe fremono per via dell’adrenalina che, da ieri sera, non tengo più sotto controllo. Questione di qualche minuto: un po’ di stretching per non iniziare a freddo, e poi potrò dare sfogo alla mia carica agonistica. Sono come una molla e sento tutti i muscoli tesi e contratti, come un centometrista che si concentra sullo sparo del via per poter scattare e bruciare, in pochi secondi, mesi di allenamenti e sudore.

La strada è lì davanti a me; una lunga striscia di asfalto grigio, dritta e leggermente in salita mi invita senza ulteriori indecisioni. Un passo dietro l’altro, all’inizio con qualche esitazione,  il mio ritmo diventa sempre più deciso e regolare. Passi non troppo corti, ma nemmeno esageratamente lunghi, che assecondano armoniosamente il battito del mio cuore e la cadenza del mio respiro che, da greve e faticoso, si fa a mano a mano più cadenzato e aperto.

Rompere il fiato dicono i runner professionisti, o perlomeno quelli che non vanno a correre solo tre mesi all’anno: quando non fa troppo freddo, non c’è troppo vento, non è troppo afoso.  Corridori della domenica, principianti e, nel peggiore dei casi, jogger che, per un vero runner, stanno alla corsa come un ballerino del sabato sera a una étoile della Scala. Tipi che, mentre corri decidendo in quale fase del percorso, precedentemente studiato, visto e corretto a tavolino come uno stratega militare, aumentare o diminuire la velocità, quasi nemmeno vedi ai bordi della strada.

Se non fosse per quei ridicoli accessori con cui si bardano - fascette asciuga sudore che coronano regali calvizie, e tute appena tolte dal cellophane a sottolineare, impietosamente, salvagenti adiposi - non me ne accorgerei nemmeno. Sono troppo preso a calcolare le distanze e a cronometrare i miei tempi, o meglio a verificare i miei risultati tempo al chilometro e velocità media, con il nuovo aggeggio da polso che - mi è costato sì un occhio della testa, ma ne valeva la pena! - mi permetterà di scoprire quali saranno i miei tempi nella prossima gara di distanza.

E pensare che non sono nemmeno uno tra i più fanatici nel nostro gruppo di amici. Insomma, non sono di quelli che seguono alla lettera piani di allenamento che stenderebbero persino un Navy Seal, o che arrivano a pesarsi prima e dopo la corsa per misurare esattamente il grado di disidratazione, e sapere quanti liquidi sono stati persi e vanno quindi reintegrati. Però mi piace impegnarmi a fondo, mettermi alla prova, capire quali sono i miei limiti e se riesco superarli.

Corro e mi sento libero. A ogni passo la testa si libera di tutti quei pensieri che mi danno l’assillo. Pensieri gravi, o semplicemente noiosi e irritanti: la rata del mutuo in scadenza, che non so ancora se sarà coperta visto che lo stipendio non mi è stato ancora accreditato, la prossima riunione condominiale, dove ho tutta l’intenzione di far presente all’Amministratore che l’inquilina sopra di me dovrebbe imparare a non buttare gli assorbenti nel W.C. se vuole evitare di intasare lo scarico e allagare il mio soffitto, e, carico da novanta calcolato in chili, quello stronzo di Matteo che sta facendo di tutto per uscire con Simona, quando sa benissimo che ci sto lavorando su da almeno sei mesi.

Dopo una curva a gomito si apre una discesa di circa trecento metri. Rallento un po’ l’andatura, e riassetto leggermente la postura per adattarla aerodinamicamente al diverso tipo di sforzo che mi si presenta. Lungo la discesa incrocio in senso opposto un altro runner. È un conoscente, a furia di frequentare con gli stessi orari e negli stessi giorni gli stessi tratti, alla fine ci si conosce un po’ tutti. Lo osservo arrancare su per la salita. Grosse gocce di sudore gli imperlano la fronte e il viso è completamente paonazzo.

«È messo male!» Penso e mi auguro di cuore di non arrivare così alla sua età. Dovrebbe avere circa sessantacinque anni, ma deve avere avuto qualche problema serio di salute perché anche il suo passo è incerto e pesante. Arrivo alla fine della discesa in tutta scioltezza che cadono le prime gocce di pioggia. Ma non avevano detto solo addensamenti nuvolosi? Mai che ne imbrocchino una! Allungo il passo, non ho nessuna voglia di bagnarmi anche perché mi sono scordato di portare il cambio.

Mentre cerco con lo sguardo un sentiero che mi permetta di dimezzare la distanza che mi separa dall’uscita, sopraggiunge un altro runner.  È Gianni, lo riconosco dalla mole - al suo cospetto mi sento come Masha e l’Orso, dove io ovviamente non sono il plantigrado peloso - e dalla tipica andatura con la testa a ciondoloni piegata sul petto e le braccia rigide lungo i fianchi. Praticamente tutto quello che non bisogna fare durante la corsa. «Gamba buona oggi, eh?» Butta lì, mentre procede incurante della pioggia che ormai cade fitta.

Imbocco il sentiero e accelero nel tentativo, non scientificamente provato, di schivare più gocce possibili. Il fondo sterrato è ricoperto da ciò che un ecologista definirebbe sottobosco, ma che per me sono solo foglie, ramoscelli, ghiande ed erbacce rese scivolose dalla pioggia che adesso scroscia decisa. E succede l’imponderabile. Le mie amate mi tradiscono, abbandonandomi al mio destino.

Le suole slittano sul terreno sdrucciolevole e manco la presa. Il ginocchio sinistro si piega e mi ritrovo all’improvviso a terra, lungo e disteso a pancia in giù per meglio dire, e con le gambe che ancora frullano invano per aria. Che visione indecorosa! Cerco di rialzarmi in tutta fretta, ma ricado peggiorando le cose. Adesso ho due escoriazioni stampate come francobolli sulle rotule invece di una! Mi guardo intorno per controllare che non ci sia nessuno in vista, ma non deve essere la mia giornata fortunata.

«Vuole una mano signore?» Mi chiede una voce suadente come una sirena. È una jogger, snella e perfetta nella sua tutina aderente e firmata. E non avrà neppure vent’anni.

«Tutto a posto, grazie!» Bofonchio sistemandomi alla bell’e meglio.

Vita dura ragazzi, vita da runner!



Creato il  14/09/2015
Pubblicato il 02/11/2016
Titolare del Copyright: Daniela Quadri





venerdì 28 ottobre 2016

Halloween Ghost Tour

PAGINA #2



Viaggio nella Monza sotterranea

Halloween si avvicina e, per questa ricorrenza d’oltreoceano, vi propongo un articolo pubblicato su Milano Corriere che ci presenta un’inedita Monza sotterranea. Un modo curioso e spaventosamente divertente di scoprire luoghi della propria città altrimenti tagliati fuori dai più frequentati tour turistici.

“Ecco la città che non ti aspetti, luoghi sconosciuti perché nascosti alla vista. Un viaggio nella Monza sotterranea è quello che dal 2010 sta compiendo Piero Pozzi, 60 anni, fotografo e docente di fotografia al liceo artistico di Villa Reale e al Politecnico di Milano…

Ora l’intento è un nuovo omaggio alla sua città, ma da una prospettiva diversa: scendendo nelle «viscere», andando a scoprire quale mondo si nasconde sotto i passi dei monzesi. 

«Dopo l’esplorazione dall'alto - spiega Pozzi - mancava la visione sotterranea, fatta di luoghi affascinanti e carichi di mistero, anche se le difficoltà non mancano e la fase preparatoria ad ogni scatto è lunghissima, soprattutto per ottenere i permessi necessari». Almeno una quarantina i luoghi già scoperti per il progetto «Una luce nel buio, Monza sottosopra» che l’autore propone in anteprima al Corriere e che potrebbe presto trasformarsi in una mostra e in una pubblicazione. 

Ci sono luoghi carichi di storia e di fascino, molti sono legati alla reggia e ai suoi spazi segreti. Ecco allora la volta a mattoni della ghiacciaia di corte con una luce che piove da un lato e le conferisce un’atmosfera quasi spirituale. Scendere le scale sotto il Teatrino di corte rivela le splendide macchine da scena in legno, progettate dal Piermarini, mentre nei vecchi depositi della Villa si trovano pareti murate che, forse, potrebbero nascondere quella galleria di cunicoli ipotizzata attraversare i giardini reali. Magari, oltre quelle pareti, c’è il leggendario passaggio segreto che avrebbe consentito a Re Umberto di raggiungere, al riparo di sguardi indiscreti, la residenza dell’amante nella sua villa di Vedano al Lambro.

Altre ville e case monzesi nascondono segreti: nel parco di villa Archinto Pennati si trova l’ingresso del tunnel della roggia del Principe adornato da una madonnina posta in un angolo: era un luogo di lavoro per le lavandaie di Monza, ma anche di preghiera. Nel centro storico, una cantina di un’abitazione privata in via Vittorio Emanuele ha svelato un’arcata del ponte romano d’Arena, poco lontano, in via Visconti 43, c’è la cantina che apparteneva al convento della Monaca di Monza.

Spazi di archeologia industriale sono i piani interrati della Frette con caldaie e pompe d’acqua ottocentesche, ma non ci sono tracce del castello visconteo che sorgeva sull'area. Di tempi più recenti i depositi comunali con le testimonianze del tempo in cui venivano utilizzati come rifugi antiaerei o il diurno di piazza Carducci con ancora specchi e lavelli degli anni Venti, ma anche sale piene di 
macerie.”
20 febbraio 2015 | 11:03 © RIPRODUZIONE RISERVATA

Questi sono solo alcuni dei luoghi misteriosi di Monza – qualcuno di voi ne conosce altri? -, ma tutte le città hanno i propri luoghi del mistero. Voi sapete quali sono quelli della vostra?


Halloween è il momento dell’anno più adatto per scoprirli!

   L’ingresso del tunnel sotterraneo a Villa Archinto Pennati con la Madonnina Votiva (foto Pozzi)

giovedì 27 ottobre 2016

Parole e musica





Pagina #1

Buongiorno a tutti!
Mi piaceva dedicare la Pagina #1 del blog a un argomento avvolgente e coinvolgente; un argomento che unisse la passione di molti di noi. Anzi no, le passioni di molti di noi. Perché qui si parla di musica e scrittura, o meglio, del legame tra l’arte della scrittura e quella musicale. Come e in che misura le due si influenzano e si incontrano nell’opera di uno scrittore.

Che un legame sussista è indubbio e , a pensarci bene, è un legame molto antico che ci riporta alla notte dei tempi. A quando i nostri antenati usciti dalle caverne cercarono un modo per comunicare con i loro simili e, prima ancora di articolare i suoni di un linguaggio comune, usarono strumenti improvvisati con bastoni, sassi e ossa di animali per creare dei richiami convenzionali: pericolo, riunione, festa.

Musica e parole hanno accompagnato la storia dell’umanità e continueranno a farlo finché avremo l’esigenza di esprimere le nostre sensazioni più immediate, i sentimenti più profondi; quando, cioè, avremo bisogno di andare oltre i paletti e gli schemi della razionalità e delle convenzioni.

Perché è questo che la musica fa; smuove, scatena e libera le emozioni pure e ci permette di tradurle in parole in maniera diretta e non filtrata. E proprio per questo motivo la musica è il catalizzatore della creatività di molti scrittori, che hanno dato vita alle loro opere ascoltando brani musicali che ne sono diventati il leit-motiv. Canzoni e pezzi che hanno determinato il mood di un’opera, e contribuito alla caratterizzazione psicologica ed emozionale dei personaggi. 

Un esperimento che consiglio a tutti consiste nel leggere un libro ascoltando le musiche che hanno ispirato lo scrittore, soprattutto nel caso in cui si tratti di uno scrittore che è un appassionato di musica. 

Mi riferisco a Haruki Murakami che, sul suo sito http://www.harukimurakami.it, ha elencato tutte le musiche che hanno fatto da sottofondo alle sue opere.  

Qui sotto trovate l’elenco delle musiche di A sud del confine, a ovest del sole, con l’indicazione del nome del brano, autore, personaggi e situazione al momento del riferimento musicale: 

Le sinfonie di Rossini - Hajime & Shimamoto, a casa di Shimamoto
Sinfonia num 6 "Pastorale" di Beethoven - Hajime & Shimamoto, a casa di Shimamoto
Peer Gynt Suite di Grieg - Hajime & Shimamoto, a casa di Shimamoto
Concerti per pianoforte e orchestra, n.1 e 2 di Liszt - Hajime & 
Shimamoto, a casa di Shimamoto
Pretend di Nat King Cole - Hajime
South Of The Border, West Of The Sun di Nat King Cole - Hajime, pomeriggi a casa di Shimamoto
Winterreise di Schubert - Hajime, viaggio in macchina
Robin's Nest di Willie Mitchell - Hajime, la canzone che dà il nome al locale
Star-Crossed Lovers (Such Sweet Thunder) di Duke Ellington - Hajime, musica del locale: è' anche simbolico, il titolo del brano di Bill Strayhorn vuol dire "Amanti nati sotto una cattiva stella"
Concerti per pianoforte e orchestra, n.1 e 2 di Liszt - Hajime, concerto a Tokyo
South Of The Border, West Of The Sun di Nat King Cole - Hajime & Shimamoto, nella casa fuori città di Hajime
As Time Goes By (colonna sonora del film "Casablanca") - Hajime, il pianista del locale


La lettura con musica può essere fatta con qualsiasi romanzo e, vi sorprenderete, di come le note riusciranno a far emergere significati che, forse, una lettura silenziosa non sarebbe riuscita a svelare. 

Provare per credere! E poi, immaginatevi come sarebbero stati I Promessi Sposi se Don Lisander li avesse scritti ascoltando, vogliamo esagerare?, i Led Zeppelin o Madonna

Musica e parole; c’è tutto un mondo da scoprire. 
Buona lettura!