domenica 8 aprile 2018

Recensioni & Co #23: Stoner

Stoner
di John Williams 

Se volessi per praticità condensare la trama di questo romano in una frase potrei azzardarne un paio: storia di un fallimento o la vita di un fallito.

La vita è quella di William Stoner, ragazzo di campagna nato a Booneville che diventa studente, prima di agraria e poi di letteratura inglese, all'università di Columbia, dove trascorrerà tutta la vita come docente fino alla pensione.

Sullo sfondo il fragore delle due guerre mondiali che arrivano a turbare il silenzioso e sempre uguale scorrere dei giorni dentro le mura secolari della Jesse Hall, lasciando una scia di morte e dolore.

Ma Stoner è molto di più.

E' la scoperta, sconvolgente nella sua semplicità, che la vita, quella di ognuno di noi, nasconde molto di più di quello che noi stessi riusciamo a vedere, capire e confessare.

Non sono la mediocrità, l'apparente apatia, la totale remissività e sottomissione di Stoner, sia nella vita privata che in quella professionale, a fare di lui un personaggio straordinario. No, la sua grandezza è proprio là, dove noi lettori cogliamo invece la sua profonda inadeguatezza e la sua desolante infelicità come insegnante, marito, e padre. 

E' la grandezza dei perdenti agli occhi del mondo, di coloro che non saranno ricordati per aver compiuto gesta strabilianti, di tutti quelli che non trovano conforto né pace nemmeno tra le mura domestiche.

Stoner è un uomo "contratto", chiuso in se stesso, incapace di trasmettere la sua passione per la letteratura medievale inglese ai suoi studenti, così come di scegliersi e gestire una moglie sessualmente e psicologicamente problematica, e di farsi amare dalla figlia, l'unica che, per un certo periodo, gli esprime empatia, standogli accanto nello studio dove lavora.

Una vita segnata dalle rinunce, anche di quel fragile amore clandestino che Stoner incontra per la prima volta a quarant'anni con una sua allieva: passione carnale ed intellettuale alla quale finirà per rinunciare sotto la pressione dei vecchi rancori di un collega cattedratico, e della necessità di salvare le apparenze di un matrimonio fatto di indifferenza e sopportazione.

Perché allora si arriva al termine di questo romanzo con la sensazione di aver scoperto qualcosa della nostra vita?

Perché il modo in cui Stoner osserva, per gran parte della vita, la sua esistenza è lo stesso con cui noi guardiamo la nostra: dall'esterno, giudicandola con il metro del mondo.

E allora la domanda è una sola: cosa ti aspettavi?

Ma nel momento stesso in cui, con la sua prosa pacata, lenta ma inesorabile e folgorante come le verità più profonde e semplici, Williams dipinge - non saprei trovare un verbo più appropriato - la fine di Stoner, ecco, lì l'uomo-fallito si riscatta ed entra in contatto con la sua essenza, diventa cosciente del suo vero essere.

Non importa chi siamo stati e perché, importa solo ciò che abbiamo vissuto.

"Bill, se non avremo nient'altro, avremo avuto questa settimana. E' un pensiero molto infantile?"
"Non importa se è infantile o no", disse Stoner. Poi annuì: "E' vero".

 Una piccola parte di noi resterà, nonostante la vita: è questa la magia meravigliosa di un romanzo che non è solo un libro o la storia di un fallito.

E tuttavia sapeva che una piccola parte di lui, che non poteva ignorare, era lì, e vi sarebbe rimasta.

Un romanzo imperdibile.

mercoledì 21 marzo 2018

Dani #19: Pensieri e parole 3

Pensieri e parole... di Primavera!

E' da un po' di tempo che mancavo al mio appuntamento 
con le parole in poesia; un appuntamento che oggi, primo giorno 
di Primavera (almeno da calendario) voglio rinnovare.

Un inizio va sempre celebrato, per tutto quello che porterà con sé, 
per i sogni e le speranze che ci promette, e allora io lo faccio a modo mio, 
con queste mie riflessioni lente ai bordi dei ricordi
che mi azzardo a chiamare poesie.

Buon inizio a tutti voi!


In volo

Chiudo gli occhi
e lascio che il silenzio
inghiotta
anche l’ultima paura.

Sei volato lontano,
da questa terra che non ti appartiene,
da questa mano che non ti ha legato.

Gonfia il vento
le tue ali perfette,
mentre danzi nell’azzurro infinito,
e il sole s’inchina
ai tuoi sogni possenti

-    sali più in alto!    -

Ammutoliscono le voci
che ti acclamavano;
torre di sabbia sulla scacchiera
delle umane vanità
ora non sei più.

Il tuo battito libero
incanta le vette
che, di pura bellezza,
sfidano il respiro di Dio

 -lassù -

hai posto il tuo nido,
dove la grandezza degli uomini
è solo un’ombra lontana.

Chiudo gli occhi
e lascio che il silenzio
inghiotta anche l’ultima paura,
mentre volo
accanto a te.

Apri il cuore
e distendi le ali;
quando anche chi ti ama
dimentica il tuo nome,
tu puoi volare.

E ogni luogo dentro di te
sarà la casa 
a cui appartieni.

E ogni battito d’ali
sarà il luogo
a cui apparterrai.



La Musa


Parole scelte con cura,
sonagli incantati
s’affacciano al mondo
tintinnando

˗ altrimenti ˗
  
aggrappate l’une alle altre
in un’impossibile
architettura verticale
che non conosce equilibri.

A costruire mosaici
di suoni che puntano al cielo;
miraggi di sogni spezzati
all’alba di giorni senza luce

-   eppure  -

è un battito d’ali
che l’anima nuda dispiega tremante;
farfalle intinte
nel nero inchiostro

sul mare frusciante
d’una pagina bianca
che ammalia ricordi
celati nella sabbia del tempo.
  
Parole scelte con cura;
mi perdo dentro trame
incerte di veli opachi

- cos’è sogno ? -
- cos’è realtà? -

A tessere ricami inconsistenti
 così mi lasciano intendere,
ma è solo un inganno;
ed io sono il loro strumento.



Qualcosa di te

Ricordami i tuoi colori
quando mi insegnavi a leggere
l’arcobaleno.

Le  risate
quando con gli occhi chiusi
mi nascondevo al mondo.

Il sorriso
quando una lucertola sul muricciolo assolato
era un dono per te.

Le carezze
quando tornavo piangendo
a farmi ricucire
le ferite del cuore.

 I tuoi baci
rari e preziosi,
e  le  preghiere
con cui mi affidavi a quell’angelo
che ora è accanto a te.

Ricordamelo;
ogni volta che non riesco a trovarti
dentro di me.





Un giorno come tanti


Oggi, un giorno come tanti.
Eppure speciale di cose belle e normali: 
alzarmi e baciarti,
guardare la luce che ancora non si ritrae
e giocare con i pensieri;
magari poi cambiamo le lenzuola,
dentro questo letto disfatto
mi piace starmene a bere
il tuo tè affumicato
di spiagge lontane
e vasi di terracotta.

Fiori bianchi
dal profumo d'inverno;
lascia stare, lo facciamo domani,
io vorrei ancora un po’ di tè.

Steli lunghi
e colli d'aironi,
un velo di luce
sui tuoi occhi addormentati;
cose belle e normali,
averti accanto a me.

Un pezzo di pizza,
una fetta di torta e uno spicchio di notte
nella luce calda dell'abat-jour;
giura che niente sarà più come adesso
se non potrò saziarmi di te.

Oggi, un giorno come tanti.
Eppure speciale di cose belle e normali:
ascoltare la pioggia
che canta sui vetri,
scorgere un grazie
sulle tue labbra bagnate
e tenerti per mano;
c'è ancora tempo
per un altro ti amo.




La bambola rotta

Se le lacrime
fossero fiori,
i tuoi occhi
sarebbero un grande giardino.

Tu, bambola rotta,
tra le mute pareti
di un orrore
consumato in silenzio

-          chi ha lacerato il tuo abito bianco?   -

Tu, farfalla dalle ali color paradiso,
inchiodata alla nuda terra;
a che è servito pregare
un dio sordo alle tue grida?

Se le lacrime
fossero fiori,
questa terra
sarebbe un immenso giardino;

ma non è più tempo di lacrime
e le rose sono appassite
tra le mani di chi
invoca il tuo nome.




domenica 11 marzo 2018

Recensioni & Co. #22: Mi chiamo Lucy Barton

Mi chiamo Lucy Barton
Elizabeth Strout

Desideravo da tempo leggere questa scrittrice e, anche se non è il suo primo e forse nemmeno miglior romanzo, ho scelto Mi chiamo Lucy Barton. La storia mi intrigava: Lucy Barton viene ricoverata in ospedale per un'innocua appendicite che, a causa di un batterio sconosciuto, si trasforma in una lunga malattia che la costringe a una degenza di parecchie settimane. Lucy si sente sola, abbandonata e soffre la mancanza delle figlie, che le vengono portate in visita da un'amica che di figli suoi non ne ha, e del marito impegnato con il lavoro.

Ma un giorno, ai piedi del suo letto d'ospedale, Lucy troverà sua madre, o forse sarebbe meglio dire ritroverà. Dopo anni di lontananza e per la prima volta in vita sua la donna si è allontanata da Amgash, minuscolo paese dell'Illinois, dove abbondano le case diroccate, i campi di granturco e soia, gli allevamenti di maiali come in quasi tutti i paesi del Midwest, ha preso un aereo e poi un taxi, cosa che la terrorizza parecchio, è si è presentata dalla figlia.

A tenerle compagnia potrebbe sembrare, ma in realtà, nelle mia lettura, ci è andata per ritrovare se stessa e il loro rapporto madre-figlia: un rapporto interrotto, quasi congelato da un passato di miseria estrema, di emarginazione e di inadeguatezza nei confronti degli altri e della vita.

E questo rapporto si ricostruisce, con grande fatica da entrambe le parti, attraverso il racconto di episodi del passato che coinvolgono vicini di casa, parenti e conoscenti come Kathie Nicely, zia foca, i cugini Abel e Dottie, Marilyn Qualcosa, Mississippi Mary.

La madre la chiama Bestiolina, un vezzeggiativo che non usava da tempo e che scioglie quel grumo di tensione che Lucy sente dentro, e parla con un tono che Lucy non ricordava, come se tutte quelle sensazioni e sentimenti che non aveva mai espresso, adesso le uscissero in un sussurro disinibito.

E mentre la madre racconta e le sta accanto, aspettandola, seduta al buio nella sala d'attesa, nel sotterraneo dell'ospedale con le spalle curve per la sfinimento, uscire dalla Tac, Lucy ricorda a sua volta.

Ricorda la vita di una famiglia che fa schifo, come dicevano i suoi compagni di scuola, una famiglia poverissima che fino ai suoi undici anni aveva vissuto in un garage: il padre che perdeva spesso il lavoro e non aveva mai superato il trauma della guerra, la madre che faceva lavori di sarta per mettere insieme il pranzo con la cena, la sorella e il fratello che, a modo loro, cercavano di sfuggire a quella vita da feccia umana e lei...

Lei, Lucy Barton, che da piccola veniva lasciata sola nel furgone del padre e che perciò odia i serpenti, lei che con il cugino andava a cercare da mangiare nei cassonetti. 

Lei, Lucy Barton, che diventata donna, moglie e madre, cercherà di dimenticare quella Cosa del suo passato di cui mai riuscirà a parlare con la madre, e che le terrà lontane a tal punto da non essere in grado di dirsi un semplice ti voglio bene.

Ci vorranno molti incontri nella vita di Lucy, quello con Jeremy, Molly, Sarah Payne, un divorzio e un nuovo marito, perché lei possa riconciliarsi con il passato, con se stessa e con quella vita che la lascia sempre senza fiato.

Una storia che poteva essere il ritratto di una famiglia diversa ma che, pagina dopo pagina, si è trasformata nel racconto di una storia d'amore: l'amore sofferto, duro, quasi impossibile tra una madre e sua figlia, e quello, altrettanto complicato e mai risolto, tra una donna e il suo passato.

Devo dire che la prosa di Elizabeth Strout mi ha affascinata e a volte destabilizzata, forse perché riesce a toccare corde profonde e a smuovere sensazioni, se non ricordi personali, in cui ci riconosciamo in quanto esseri umani.

E Lucy Barton... beh l'ho amata per quel suo essere fragile, indifesa, vittima predestinata all'apparenza ma, invece, forte e padrona del suo destino, nonostante tutto.

Un romanzo che consiglio, buona lettura!

domenica 4 marzo 2018

Recensioni & Co #21: Le nostre anime di notte


Le nostre anime di notte
Kent Haruf

                       Nella cittadina immaginaria di Holt, in Colorado, un giorno la vedova Addie Moore bussa alla porta del suo vicino Louis Waters, ex professore di letteratura anch'egli vedovo, e gli fa una proposta sorprendente e scandalosa: ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me?

                        Sorprendente perché i due, anche se vicini di casa da anni, si conoscono poco. Scandalosa perché i due hanno ormai passato la settantina.
                        
                        Così ha inizio una relazione che, dopo l'imbarazzo iniziale, continua e cresce con il ritmo lento della vita di provincia, in un lembo di terra disegnato da distese di stoppie a perdita d'occhio.
                        
                        Una relazione fatta di tenerezza, complicità, ricordi e racconti di esistenze sopravvissute a tradimenti, disgrazie e assenza di contatto e calore umano ma, al tempo stesso, forte e densa: di quella urgenza di vivere ogni istante, di esserci l'uno per l'altra che si fa ancora più pressante quanto più imminente è la fine che si avvicina.
                        
                       Eppure questa lenta inesorabilità, che in altre mani sarebbe stata dolorosa e senza speranza, nell'ultimo romanzo di Haruf diventa un inno, sommesso e delicato, all'amore che non conosce l'inverno degli anni, che risveglia passione e sesso, fregandosene degli acciacchi del corpo.
                        
                       Haruf racconta la poesia della quotidianità di vite normali; e allora sembra di essere lì con i suoi personaggi a mangiare un hamburger, vedere una partita di softball, assistere a una sfilata di auto, trattori e trebbiatrici, fare un picnic in riva al fiume, campeggiare guardando le stelle nel buio della notte, scegliere un cane, magari quello più timido con una zampetta acciaccata, perché possa giocare con il nipotino.
                       
                      Una relazione improbabile che supera le maldicenze dei perbenisti e l'invidia di chi vorrebbe poterne vivere una uguale, ma non lo fa per paura o ipocrisia condannandosi alla solitudine, e cede invece al ricatto morale più crudele, quello di un figlio.
                       
                      Addie e Louis, separati da un incidente all'anca di lei, dalla lontananza e dalla vita che non perdona l'età e i sentimenti, nemmeno quelli più veri e profondi, troveranno il mezzo per tenersi in contatto; perché il verbo esserci per un'altra persona può essere declinato in migliaia di modi e circostanze. 
                     
                     Un romanzo che amo e che consiglio caldamente, non solo per il talento di Haruf, ma anche per il messaggio, che impregna ogni singola pagina, dichiarato per bocca di un personaggio: mi fa pensare che anche per qualcun altro ci possa essere speranza.
                      
                      La speranza di amare ed essere amati, sempre.

domenica 4 febbraio 2018

Recensioni & Co #20: L'amante giapponese


Ci sono passioni che divampano come incendi fino a quando il destino non le soffoca con una zampata, ma anche in questi casi rimangono braci calde pronte ad ardere nuovamente non appena ritrovano l’ossigeno. 

E una passione così lega Alma Belasco e Ichimei Fukuda per e oltre la vita in un romanzo che ripercorre le loro esistenze e, insieme ad esse, anche quelle dell'Europa e dell'America dalla Secondo Guerra Mondiale ai, direi quasi, nostri giorni.

Alma è una ragazzina polacca che, per sfuggire allo sterminio nazista, viene imbarcata dai genitori e mandata con la governante a San Francisco dagli zii. Qui crescerà nel lusso di una villa da sogno, ma anche nella solitudine orrenda di una bambina che sa di essere rimasta sola al mondo e che, dopo aver pianto tutte le sue lacrime, si chiude in se stessa e al mondo per risparmiarsi altri dolori.

Questa sua sofferenza sarà alleviata dalla presenza di Ichimei, figlio del giardiniere della villa e del cugino Nathaniel, più grande di lei e altrettanto complesso nella sua fragilità e sensibilità.

La storia d un grande amore e di una passione ancora più forte che congiunge e, al tempo stesso, divide le loro esistenze, mentre sullo sfondo passano le immagini del Ghetto di Varsavia, dei campi di sterminio nazisti e di quelli di concentramento dove vennero reclusi i nippo-americani dopo i fatti di Pearl Harbour.

Una storia d'amore che affascina non solo per la sua resistenza ai colpi della vita, alla morale e agli ostacoli della società, ma soprattutto per la personalità dei protagonisti.

Alma, così altera e apparentemente sicura di sé, una donna in carriera che non sembra temere nulla, a parte il suo amore per Ichimei che la rende vulnerabile e la costringe a scegliere. Una scelta obbligata a quei tempi, una scelta che cambierà la sua vita, spingendola tra le braccia di Nathaniel.

Ichimei, l'amante giapponese, l'unico uomo che saprà amarla ad ogni incontro di quell'amore carnale e puro che li renderà schiavi e liberi di essere se stessi fino alla morte.

Ma definire L'amante giapponese la storia di un amore è perlomeno riduttivo. Raccontando dell'amore tra Alma e Ichimei, l'Allende ci parla della felicità umana e dei tentativi, a volte consapevoli altre meno, che ognuno di noi mette in atto per cercare di assicurarsene quel tanto che basta ad illuminare il nostro cammino. Ed è una felicità fuggevole, fatta di momenti, sensazioni, attese, unioni spesso solo sognate, desiderate.
Forse l'unica felicità destinata agli uomini.

La felicità non è esuberante né chiassosa, come il piacere o l’allegria. È silenziosa, tranquilla, dolce, è uno stato intimo di soddisfazione che inizia dal voler bene a se stessi. 

Non è l'amore che vince su tutto, perché nella realtà un amore così è davvero raro, quello descritto dall'Allende ma un amore tanto vero e umano da attraversare i decenni, fino a diventare ragione di vita o di morte nella vecchiaia. 

Ed è stato proprio questo aspetto dell'amore, l'età avanzata, ad avermi colpita. Quando a un certo punto della sua vita, Alma decide di ritirarsi in una casa per anziani, sceglie Lark House e, noi con lei, entriamo in un mondo parallelo che apre uno spiraglio su quella che un giorno potrebbe diventare anche la nostra esistenza. 

E' stato coinvolgente ma anche "sconvolgente" leggere del desiderio di amore fisico, di carezze e condivisione dello stesso letto tra gli anziani ospiti di Lark House, prima che per loro si spalanchino le porte del terzo livello, quello da cui non si fa più ritorno. Un ritratto realistico e a tratti umoristico di un gruppo di anziani rivoluzionari e figli dei fiori che manifestano ogni venerdì contro i mali del mondo, ballano a piedi nudi intorno agli alberi e fumano cannabis per dimenticare i dolori del corpo e dello spirito. 

Amore e morte, l'una non rinnega l'altro e insieme accompagnano ogni nostro giorno. 

Iniziamo a invecchiare nel momento in cui nasciamo, cambiamo giorno dopo giorno, la vita è un continuo fluire. Ci evolviamo. L’unica cosa diversa è che adesso siamo un po’ più vicini alla morte. E cosa c’è di male in questo? L’amore e l’amicizia non invecchiano. 

A Lark House Alma, nel suo progressivo scivolare verso la fine, incontra Irina, giovane donna di origini Moldave dal passato misterioso e terribile, che diventerà suo braccio destro, amica, confidente e, grazie a lei e al suo unico nipote Seth, Alma riuscirà a ricordare e a mettere ordine nella sua lunga e tortuosa esistenza. 

Riordinare album di fotografie, raccontare spezzoni di vita per permettere a Seth di scrivere un improbabile romanzo sulla famiglia Belasco, sono l'ultimo atto purificatorio e la finale presa di coscienza di Alma. La felicità l'attende altrove e Ichimei la sta già aspettando.

Tutti nasciamo felici. Lungo la strada la vita ci si sporca, ma possiamo pulirla.


venerdì 26 gennaio 2018

Recensioni & Co #19: Il sorriso del salice

                                                

                                Daniele Siri ci domanda: 
                                  qual è il tuo confine?


                       Ventimiglia e Portbou sono due città di frontiera, ma cosa significa "vivere sulla frontiera"? Ecco, questa è la domanda che Daniele Siri,  scrittore sanremasco la cui passione per la narrativa s'intreccia con quelle per la fotografia e le fortificazioni militari, si pone e, ovviamente, ci pone nel suo romanzo Il sorriso del salice, edito da Leucotea.


                       La frontiera non è solo un luogo fisico ma piuttosto un modo di interpretare l'esistenza; uno sradicamento dei sentimenti e delle emozioni, la perdita dell'identità e dei legami, da tutti e da sempre, considerati inviolabili: la famiglia, gli amici, i colleghi. Ed è così che vivono i protagonisti del romanzo che intreccia, in un crescendo di suspence e colpi di scena, le vicende di tre giovani: Anita, Gisele / Beatriz e Andrea.


                      Anita è un'architetto del verde che vive con la famiglia a Ventimiglia; i lavori che svolge nei giardini de La Maison Fleurì, una villa a Cap Ferrat, oltre alle ore di baby-sitting con Cinzia, una vispa e ciarliera bambina di dieci anni, aiutano a coprire le spese dell'assistenza al padre molto malato che ormai vive praticamente immobilizzato nella sua stanza. 


                    La villa di Cap Ferrat è abitata da personaggi misteriosi e di poche, pochissime parole: Jean, bello e impossibile mi verrebbe da definirlo, e Gisele, giovane donna che si dedica alla pittura dipingendo ritratti, tra cui quello di un uomo che subito colpisce l'immaginazione di Anita, quando un giorno entra nello studio e lo ammira di nascosto. Colta sul fatto da Gisele, ad Anita verrà chiesto di non rivelare mai a nessuno ciò che ha visto alla villa.

                   Gisele, in realtà Beatriz Navarra, vive sotto copertura, costretta a cambiare nome e aspetto, quando il nemico cerca di attentare alla sua vita e a quella dei suoi angeli custodi, tra cui Jean, poliziotto che, sotto una apparente scorza impenetrabile, nutre dei sentimenti per la sua protetta. Una vita da fuggitiva quella di Bea, sorella di Carlos Navarra, un poliziotto spagnolo che mi piace immaginare molto simile al Capitano Ultimo del nostrano film per la TV, che combatte la criminalità organizzata e in particolare i narco-trafficanti sudamericani il cui capo Jonas Vasquez è stato da lui arrestato.


                  Loschi traffici, uomini pericolosi che sullo sprezzo della vita altrui hanno fatto la loro fortuna e uomini coraggiosi che dello sprezzo della propria vita hanno fatto il loro credo, vittime e carnefici: non è mai facile distinguere dove finiscono gli uni e dove cominciano gli altri, quando si vive sul confine. Della legalità, della giustizia, dell'amore.


                Un confine che non tormenta e chiama solo i buoni in questo romanzo, ma diventa strumento, se non di redenzione, perlomeno di parziale riscatto di qualche personaggio cattivo. Penso a Joaquin Ortega, faccendiere brasiliano ed uno dei luogotenenti del boss Vasquez: un uomo che i giornali di tutto il mondo etichetterebbero come un delinquente incallito, un mostro senza cuore né pietà che invece, pur nella sua perversione e totale disfatta nell'alcol e nella droga, mostra ancora un briciolo di umanità. L'amore per sua figlia, la piccola e dolce Samantha che ama correre con il suo cane sulla spiaggia al tramonto, lo rendono padre, omicida e trafficante, ma, nonostante tutto, un padre che per il bene di sua figlia è disposto a superare il suo personale confine, e a mettere in secondo piano la caccia ai Navarra. 


                      Il punto cruciale è proprio questo: capire qual è il proprio confineLo sa bene Andrea, imbarcato sul Bruto, una vecchia bagnarola adibita alla manutenzione subacquea sotto le piattaforme petrolifere nell'Adriatico che, dopo aver iniziato una relazione virtuale con una donna misteriosa e sfuggente, decide di lasciare la vita sul mare, con tutte le rinunce e i sacrifici affettivi che questa comporta, e di riprendere la vita a terra, cominciando a ristrutturare la sua casa a lungo disabitata e abbandonata.  Mare e terra, terra e mare, non è forse questo un altro confine che i protagonisti del romanzo si troveranno a superare? 


                  E lo faranno ognuno a modo proprio, rinunciando alle comode certezze, a volte anche ai sogni, con la convinzione che l'unico atteggiamento vincente è quello del salice che sorride, come quello sul disegno che Andrea invia a Bea, la donna della chat, e come il logo sul biglietto da visita di Anita: un albero destinato al pianto che, invece, si ribella al proprio destino di infelicità e sorride.


                 Perché, sembrano dirci i tre ragazzi  tutti nati l'11 di agosto (non a caso la notte tra il 10 e l'11 è quella di San Lorenzo quando, per tradizione, si scruta il cielo per vedere una stella cadente ed esprimere un desiderio!), la vita è breve per aspettare a varcare il confine che ci separa dalla felicità.


                  E non c'è nulla che possa renderci più felici che scegliere di essere noi stessi e vivere appieno l'esistenza che ci appartiene. Un messaggio di grande positività che Daniele Siri riesce a trasmetterci attraverso un romanzo avvincente, molto ben ritmato ed equilibrato nell'intreccio e con uno stile diretto e d'impatto, ricco di termini marinareschi e anche di modi di dire dialettali che lo rendono ancora più vivo, e a tratti intriso della poesia del ricordo.


                 Per quanto mi riguarda, un'ottima prova di questo scrittore più che confermato. Un romanzo che vi consiglio!

             

domenica 21 gennaio 2018

Recensioni & Co #18: Una lettera lunga una vita

Una lettera lunga una vita:
Loredana Limone ci racconta la passione


Ma in ogni caso la vita è andata avanti, 
e nella mia (o di chiunque fosse) tutto è a posto. 
Lo ripeto e, credimi, non mento. Tutto a posto, già. Tranne te.

                  La lettera lunga una vita è quella che Assuntina Romano, ragazza del Vomero negli anni del secondo conflitto mondiale, scrive al suo innamorato di sempre, Mario. Una lettera che è una dichiarazione d'amore piena di ricordi, passione, addii e partenze che si susseguono e s'intrecciano tra la città partenopea e quella di Wilmington nel Nord Carolina.

                  Al tramonto usciva sul balcone e si lasciava crollare lentamente insieme al sole che declinava dietro la collina di Posillipo sotto una tavolozza di colori - viola lilla ocra arancio rosa - che, ignari del suo dolore o forse proprio a mo' di consolazione, si stemperavano nel mare meravigliosi quanto mai. 

                 L'amore tra Assuntina e Mario, che si conoscono quindicenni ad una festa di compleanno, nasce e cresce in un mondo a se stante quasi di fiaba, in quella Napoli  incantata che si stende sulla collina del Vomero con la Floridiana, l'Orto Botanico, Poggioreale, Santa Lucia, Mergellina, Pozzuoli fino a Procida e la spiaggia della Chiaiolella. Una Napoli la cui bellezza senza tempo è sfregiata dalla guerra e ammorbata dalla violenza e dalla povertà solo nei quartieri "giù". Una Napoli amata e sognata da Assuntina, quando ci sarà l'Atlantico a separarla dalla famiglia e dagli affetti più cari, una Napoli un po' matrigna che non si commuoverà alle sue lacrime e non risponderà alle sue preghiere di accoglierla nel suo ventre.

                  Ma la relazione tra Assuntina, figlia esemplare del Dottor Romano e dell'austera moglie Teresa di origini austriache, e Mario Attanasio, figlio di una donna non proprio per bene e del suo ultimo amante, un gerarca fascista, non è ben accetta dalla famiglia di lei. Ci si metterà poi la decisione di Mario, spirito inquieto e tormentato, di frequentare la Scuola Caccia di Lecce come allievo ufficiale pilota, e un moto d'orgoglio e qualche parola fuori luogo di Assuntina per separarli.

                  Assuntina finirà con lo sposare il bel soldato americano, Harry Watson, mentre Mario si farà una famiglia con Giovanna Russo, la donna al posto della quale Assuntina avrebbe voluto vivere la proprio vita. Accanto e prendendosi cura dell'unico uomo che abbia mai posseduto il suo cuore, Mario.

Quel quattro di maggio del '46 lei, da Assunta Romano, diventò Tina Watson. 
E traslocò in un'altra vita.

                 Incinta e già sposata con Harry, Assuntina si imbarcherà sulla Algonquin diretta a New York insieme ad altre quattro o cinquecento ragazze: altre spose di guerra come lei piene di speranze e paure, molte in attesa di bambini per metà statunitensi. Toccante e molto ben ricostruita a livello storico e umano è la storia di queste giovani donne italiane che partono per un paese sconosciuto, affidando il proprio destino e felicità a uomini che, nella maggior parte dei casi, hanno conosciuto per periodi abbastanza brevi.

                 In terra americana dove ha promesso a se stessa di non piangere mai, Assuntina cercherà di essere una buona moglie e una brava madre per le figlie che darà ad Harry: Rose e Sarah, anche se le cose non andranno come avrebbe sperato. La voce e il ricordo di Mario continuano a tormentarla, fino a quando la notizia della fine imminente della madre Teresa malata di cancro la farà tornare a Napoli.

                Rivedere Mario e tornare ad amarlo sarà una cosa naturale e inevitabile. Sarà come ritrovare l'altra metà del cuore, e le poche notti trascorse insieme colmeranno Assuntina di quella felicità desiderata per tutta la vita, ma alla quale entrambi hanno rinunciato troppo a lungo. L'amore che Assuntina vive con Mario è un amore fisico, carnale, un'esplosione di passione, ma è anche, e a me piace pensare soprattutto, un desiderio di normalità, di quotidianità. Un voler trasmettere al suo uomo - e Assuntina si domanda chi stia in realtà tradendo, Harry o Mario? - i propri sentimenti attraverso il cibo che gli cucina senza sosta, mettendoci cuore e anima, e prendendosi cura della sua persona. Un sogno che dura poco, perché Mario tornerà da Giovanna, la donna che in realtà lava e stira i suoi vestiti e lei salirà su un aereo per gli Stati Uniti.

Harry mi lasciò da sola a risolvermi, consegnò la sua parte di ferramenta al fratello e se andò in Vietnam.

                La pelle non s'inganna e Harry che ha compreso come le cose siano cambiate per Assuntina nei suoi confronti, decide di partire per il Vietnam da cui non farà più ritorno. Assuntina che si scopre incinta di Jessie, l'ultima figlia che nascerà già orfana del padre, non riuscirà a perdonarsi il sacrificio di Harry. Un sacrificio di cui si è resa partecipe per non aver fatto nulla per ostacolare, anche solo per affetto, decenza o pietà, la partenza del marito.

               Assuntina darà una svolta alla propria esistenza diventando una scrittrice famosa con i suoi romanzi ispirati da Mario e scritti per lui. Una vita che continua, nonostante tutto, con quel senso, mai sopito e lenito, di assoluta estraneità a se stessa, fino al giorno in cui Assuntina riceverà una telefonata da Bruno, il figlio di Mario. Mario è in ospedale per un attacco di cuore, ma a lei basterà sentire la sua voce e il suo richiamo per tornare alla vita, quella vera.

Perché finalmente, grazie a te, in terra d'America, sto piangendo, ma di gioia. 

              Una lettera lunga una vita è un'ulteriore conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, della grande capacità di emozionare di Loredana Limone. Un romanzo commovente e vero come tutte le grandi passioni che decidono e cambiano l'esistenza umana. Una grande passione che Loredana Limone trasmette, pagina dopo pagina, con dolore e poesia: quella per la vita e per la sua Napoli.